FRISCO ART
Frisco. Arte, esilio e realtà
un'intervista a cura di Paola Martino (uscita su Artuu, giugno 2026)
In questa
conversazione Frisco ripercorre le tappe della propria ricerca, riflette sul
rapporto tra arte e realtà e racconta come il tempo, i viaggi e le esperienze
abbiano trasformato il suo modo di guardare il mondo.Dopo anni
vissuti lontano dall’Italia e dedicati anche ad altre attività professionali,
nel 2011 sei tornato a dipingere con continuità. Che cosa è cambiato nel tuo
sguardo rispetto al Frisco dei primi anni Ottanta e cosa invece è rimasto
intatto? “Credo che sia
rimasta intatta soprattutto la componente politica del mio lavoro, e in parte
anche lo stile da cui sono partito. Quello che è cambiato riguarda forse più il
modo di lavorare che lo sguardo. Negli anni Ottanta avevo una forza espressiva
maggiore, pur possedendo meno tecnica. Oggi mi soffermo molto di più sulle
scelte tecniche e sono meno immediato. All’epoca il mio lavoro aveva
probabilmente un impatto più diretto, che poi è proprio ciò che continuo a
cercare anche adesso”. Negli anni
Ottanta hai sviluppato una tecnica basata su spray e mascherature che, per certi
aspetti, anticipava pratiche poi diventate centrali nell’arte urbana. Oggi,
osservando la diffusione globale dello stencil e del linguaggio street, senti
di appartenere a quella genealogia oppure percepisci il tuo percorso come
qualcosa di diverso? “Direi che non
è radicalmente diverso. In qualche modo sono partito anche da lì, pur
arrivandoci attraverso la fotografia. In realtà non ho mai fatto vera street
art nel senso in cui la intendiamo oggi. Per quanto riguarda gli stencil, il
mio metodo è sempre stato particolare: non utilizzo maschere riutilizzabili in
plastica o cartone, ma costruisco le immagini con nastro e carta da carrozziere
applicati direttamente sulla tela. Una volta completato il lavoro, quelle
mascherature non possono essere riutilizzate. È un procedimento molto diverso
da quello tradizionale dello stencil seriale”. Frisco, New York Nei testi
critici dedicati al tuo lavoro ricorre spesso il tema della “realtà del reale”:
volti, geografie ed esperienze vissute direttamente. In un’epoca dominata dalle
immagini digitali, dall’intelligenza artificiale e dalla sovrapproduzione
visiva, quale pensi sia la responsabilità dell’artista nel rappresentare il
mondo? “Non so se
metterei direttamente in relazione queste due cose. Personalmente l’arte digitale
non mi interessa molto, anche se riconosco che possa essere uno strumento utile
per alcuni artisti. Io continuo a partire dalla fotografia e, se devo essere
sincero, continuo a preferire quella analogica a quella digitale, anche se oggi
utilizzo entrambe.
Quanto alla
responsabilità dell’artista, non credo che consista necessariamente nel
rappresentare la realtà. Forse questa è una responsabilità che appartiene di
più al fotografo. L’artista può anche inventare mondi, costruire narrazioni,
immaginare scenari completamente diversi. Penso che il suo compito sia
piuttosto quello di creare opere aperte a più interpretazioni. Nel mio caso c’è
certamente un rapporto con il reale, ma non credo che debba essere una regola
valida per tutti”. La tua biografia
è attraversata da una vicenda che ha inciso profondamente sulla tua vita. In
che misura questa esperienza di sradicamento, di attraversamento dei confini e
di marginalità ha influenzato il tuo modo di guardare gli altri e di costruire
immagini? “Mi ha
influenzato sicuramente come uomo. Quando è accaduto ero molto giovane e quindi
è difficile distinguere ciò che dipende da quell’esperienza da ciò che deriva
semplicemente dalla crescita e dall’età. Mi ha cambiato nel modo di vedere gli
altri, nel modo di rapportarmi al mondo, forse mi ha reso meno superficiale e
anche più arrabbiato rispetto a prima.
Quanto abbia
inciso direttamente sul mio lavoro artistico è difficile dirlo. Sicuramente
c’entra, ma ogni esperienza contribuisce a formare una persona: le letture, gli
incontri, i viaggi, tutto lascia un segno. Stabilire quanto una singola vicenda
abbia influenzato la mia arte non è semplice”. Frisco, Belle de nuit
Dopo tutto
quello che hai attraversato, artisticamente e umanamente, qual è oggi la cosa
più urgente che senti di voler raccontare attraverso la pittura? “Probabilmente
la condivisione, la compassione nel senso più profondo del termine. Però,
quando dipingo, mi concentro soprattutto sugli aspetti estetici dell’immagine.
Penso ai contrasti, ai rapporti tra chiaro e scuro, alle relazioni tra i
colori. Il linguaggio stesso è già un messaggio.
Naturalmente la
scelta dell’immagine contiene anche ciò che voglio dire, ma nel momento in cui
lavoro sulla tela sono soprattutto le questioni visive a guidarmi. Il messaggio
è già presente nella scelta del soggetto e nel modo in cui decido di
rappresentarlo”.
Frisco: una folla uscita dall'ombra
di Marta Del Mutolo
Frisco espone a Fluart, Bologna ottobre 2021
“Ciò che le immagini vogliono non coincide con il messaggio che esse comunicano o con l’effetto che producono; e non corrisponde nemmeno a ciò che esse dicono di volere. Le immagini, come le persone, possono anche non sapere ciò che vogliono; devono essere aiutate a ricordarselo attraverso il dialogo con gli altri”. Questo afferma W.J.T. Mitchell. La necessità di aprire un dialogo. Un dialogo con quelle immagini che nello stesso saggio vengono considerate come subalterne, paragonabili a quelle categorie inascoltate e quasi auto-celate dalla società. Tali premesse sono a mio avviso cruciali per approcciarsi alla presente esposizione. Le opere di Frisco richiedono allo spettatore un’apertura al dialogo, ad interfacciarsi con loro in una conversazione senza pregiudizi. Pare uno dei rari casi dove soggetto e opera si trovano a richiedere la stessa cosa. Uscire dall’ombra. Prendersi il proprio spazio di espressione con la certezza di avere un pubblico in ascolto. Le immagini qui salgono sul palco per raccontare storie, troppo spesso mal tollerate, di luoghi e di sentimenti. Sono figure forti, che senza paura mostrano la loro disperazione, rabbia, amarezza e perché no in alcuni casi anche serenità come in una raccolta di emozioni quasi Messerschmidt-iana ma dotata di una maggiore partecipazione e delicatezza, perché, ovviamente, non si tratta di studi fisiognomici ma di espressioni di un sentire contestualizzato al soggetto che le vive e che necessita di esprimerle, fiero della propria fragilità in quanto umana e per questo condivisa. Concomitantemente, anche l’immagine, non in quanto soggetto ma in quanto opera d’arte, brama il dialogo. Richiede allo spettatore di lasciare in disparte il consueto modus visitandi, che prevede uno sforzo interpretativo da parte del riguardante, per abbandonarsi all’esperienza dell’ascoltare ciò che l’opera ha da raccontare. E quello che c’è da raccontare sono le persone, a cui di solito non viene dato il privilegio dell’ascolto, e delle quali invece queste tele portano il peso della storia e la responsabilità della divulgazione. Per questo motivo è nostro compito porci davanti a queste opere con animo aperto ad entrare con esse quasi in simposio, per fare in modo che, con i loro colori Pop e la loro tecnica che ha incoronato Frisco come uno dei precursori dello stencil in Italia, perfettamente incorporate negli spazi di Fluart, possano dar voce a se stesse e al contempo alle figure che indossano, mettendo in atto un duplice riscatto, un duplice transito dall’ombra verso la dovuta considerazione e comprensione.
Funk Bromantico di Vincenzo Grossi
Frisco exhibits @ Aurum - La Fabbrica delle Idee - Pescara (febbr. 2015)
L'operare artistico è un modo per venire a patti con il reale, un aggredire e difendersi dal mondo e dai mondi degli altri per affermare il proprio. Quando l'opera appare semplice e finita, bastante a se stessa, completa, precisa e decisa nella sua forza di stimolazione percettiva, è allora che si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un'opera d'arte. E' allora che constatiamo che la ricerca ha prodotto il linguaggio espressivo-comunicativo desiderato e la tecnica è stata messa a punto: ora può iniziare il flusso di emozioni verso il mondo esterno, ora può iniziare la guerra dei mondi.
Il corpo del messaggio espressivo di Ciancabilla è il suo mondo interno che in questa fase consiste nel recupero mnemonico del proprio piacere estetico procuratogli dalla frequentazione di "un centinaio" di donne, come titolava la precedente mostra. Le varie e diversissime relazioni con le donne che hanno lasciato traccia del loro potere di seduzione sull'artista vengono distillate nella memoria e risintetizzate attraverso una tecnica che solo apparentemente può richiamare le serigrafie della Pop-Art ma che invece trova la sua giustificazione in un originale abbassamento essenzialista della risoluzione grafica pseudo-digitale (si tratta di acrilici rigorosamente a spruzzo su tela) Questo essenzialismo di Ciancabilla, ha nella sua natura ontologica una ricerca non solo estetica ma psichica dell'ideale di bellezza femminile. La riduzione potremmo dire "a 8 bit" data dalla sua resintesi coglie e restituisce solo il volto delle donne incontrate e conosciute e a volte solo parte di esso, in una ulteriore selezione operata dalla memoria e dal desiderio della sua oggettivazione nella materia fisica esterna. Ma non è la psiche femminile ad essere al centro dell'attenzione bensì sempre e solo la propria esclusiva ed egocentrica fascinazione.
Tutto ha un prezzo ed il prezzo pagato da questa sottrazione del superfluo si fa notare. A partire dai corpi con le loro curve e caratteri sessuali, onnipresenti nelle opere della maggior parte degli artisti contemporanei, in Ciancabilla scompaiono in ombre indefinite, appena evocati dai riflessi sulle calze o silhouette in controluce. E pensare che almeno in un'opera precedente il pittore aveva reso persino omaggio al nudo più celebre della storia dell'arte, "L'origine del mondo" di Courbet! Ma il prezzo più alto pagato dalla ricerca della verità interiore, della sincerità espressiva del proprio mondo, è quella della semplificazione: i mondi delle donne dei quali noi uomini possiamo solo sospettare lo spessore e la vastità, vengono nelle opere di "Frisco" svuotati di ogni empatia, da ogni erotismo, perversione e trasgressione, ancora una volta come nel '300 sacrificati sul dorato altare della divinizzazione, "riassunte" nel loro più esteriore aspetto da modelle di riviste di moda, di una bellezza così intangibile e con lo sguardo "altrove" anche quando incontri i loro occhi. Così congelate, marmorizzate, scolpite digitalmente, questi volti sono pronti per essere proiettati in proporzioni colossali sui vetri dei grattacieli, stampate in ogni angolo della terra in milioni di esemplari, ricoprire il web con la loro universale piacevolezza. Ed è forse questo che accade nella ricerca di verità dell' Autore, perché se cerchiamo fortissimamente la verità siamo condannati a trovarla nelle cose semplici. Questo perché una verità complicatissima e quindi fragilissima non serve a nessuno, troppo esposta a critiche e derisioni di qualsiasi tipo, è troppo grande il rischio di vedersela distrutta prima o poi. La verità è semplificazione. La sua è una "verità" in dichiarata ricerca di una fama mondiale, appena mitigata da una ombra di malcelata ironia. E ne ha, oltre che tutta la licenza, anche la necessaria capacità.
Quando si approccia una estetica della semplicità, da intendere come essenzialità, [suggerisco questa etichetta all'amico Francesco, "essenzialista"!] si aprono due strade opposte: l'ulteriore perseguire la strada della riduzione fino a fermarsi un centimetro prima della tela bianca oppure scoprire tra le campiture uniformi, una minima crepa dalla quale riprendere ad accettare la complessità, per quanto sporca e bugiarda possa sembrarci.
E a me è sembrato di scorgere nei suoi dipinti queste piccole crepe...
'Black Hours' di Nicolò Gianelli
Frisco exhibits at Emilia Ruvida, Modena giugno 2014
Le opere e la vita di Francesco Ciancabilla sono una cosa sola. I quadri di Frisco non possono prescindere dalla sua storia controversa, sofferta e avventurosa. Quando ci siamo conosciuti non ho potuto fare a meno di chiedergli di Andy Warhol, Basquiat, Keith Haring. Erano i primi anni '80 e Francesco ha fatto parte della corrente degli enfatisti, anticipando l'arrivo del graffitismo in Italia. Ha conosciuto i grandi nomi di New York, detonando dall'America come un proiettile che ha perforato le tele di Bologna. La sua carne, la sua pelle. Le sue gambe hanno attraversato il Brasile, l'Europa, l'oriente. Ogni passo ha calzato la tela dei suoi quadri, dove il jazz, i nomadi, le donne, gli esclusi compongono il firmamento di tante stelle cadenti che sarebbero bruciate nello spazio dimenticato, se il suo pennello non li avesse impressi nella carta geografica del proprio vissuto. Scorci infuocati, scene dall'impatto violento eppure sfumato, come la scia di comete che attraverso la deflagrazione brutale disegnano delicate linee di luce. Stelle cadenti sorrette dalla pelle di Frisco. Altro che Decadentismo, ma "cadentismo". Una sigaretta, un paio di labbra, il sesso di una donna, un pugno - episodi precipitati come asteroidi sul corpo dell'artista e da esso immobilizzati in istantanee di sangue - buchi e ferite sulla carne, cicatrici in bianco e nero che Frisco porta con sé - una mappa di tatuaggi che non possono esulare dalla forma del suo corpo. Non sono tele autoreggenti, ma tele cadenti. Il tratto ne ricalca l'impatto, la potenza di un momento sulla pelle sensibile del pittore. Come un viveur nottambulo che si aggira mani in tasca aspettando che accada qualcosa, Francesco deve aver attraversato molte notti e molte strade, aspettando che le facce e le occasioni gli cascassero addosso per fermarle per sempre sulla tela – come se ogni istante di quei vagabondaggi insonni potesse racchiudere in sé un significato eterno. Il colore aggressivo eppure acquoso, i soggetti violenti e vulnerabili insieme. Lividi di un vissuto che diventa più sopportabile ora che c'è la mano dell'artista ad accarezzarli.
Testo critico nel catalogo della mostra al Circolo Aternino, Pescara, sett. 2013
Li senti i brividi. Li senti irrompere sulla pelle. Le vedi le emozioni trascolorare i pensieri. Lo annusi il fiato della brutalità. Ti scuotono la rabbia il dolore la desolazione le urla. Come se nell’inferno dei sobborghi, dannati dalla contemporaneità, ci vivessi tu. Dimentico nell’abbandono. Ti rapiscono gli sguardi esanimi disperati e teneri. Come fossero i tuoi. Ti rapiscono anche quando nei suoi quadri le ombre, gli abbracci o i corpi nudi nascondono i volti.
Anzi è proprio allora che una carezza ti sfiora. E ti accorgi che una speranza c’è. Che la redenzione è possibile. E sei nei sogni di un bambino. Nelle note di un sax. O all’angolo di due strade. E sei nella magia delle sue opere. Delle tele che Francesco Ciancabilla firma con un nome dal sapore onomatopeico. Frisco. Che ricorda la libertà e la sincerità. E l’irruenza di chi riduce in poltiglia qualsiasi velleitaria ritrosia, ti afferra per un braccio e ti obbliga a guardare in faccia la realtà. Una realtà urbana e fotografica. Spesso in bianco e nero. Come quella che raccontava negli anni Ottanta, agli esordi. Quando c’era chi beveva l’esistenza, chi la divorava e chi la attraversava trasformandola. Come Francesco. Che in anticipo sui tempi e sulle mode definiva con la carta gommata netti precisi i confini dei suoi soggetti. E allora come oggi a poco a poco prende forma e vita l’unicità di un gesto, di una movenza. Così nascono i contrasti risoluti che t’imprigionano. Tecnica da graffitista. Sperimentata prima che gli stencil fossero utilizzati nella street art, ma senza la possibilità di riprodurre in serie le immagini. La stessa forza evocativa la riconosci anche nelle tonalità calde, nelle sfumature colorate. Che fanno pulsare il sangue nelle vene. E ti ci puoi perdere nel rosa rosso nell’arancio sabbioso nell’azzurro energico. Oppure ti ci puoi vestire.
in DOMUS Architecture /Design/Art/Products/Salone 2013
This article was originally published in Domus 638 / April 1983 /From the archive
In its April 1983 issue, Domus visits two discothèques in Bologna, and describes their intricate set design: scenic atmospheres where one can dance, listen to music, meditate, indulge in your own thoughts or go off into solitary fantasies. In the times of spectacular mass entertainment, special attention is being paid to the places where individual entertainment is measured, and most of all to discothèques. People no longer go to the disco just to dance or to hear good music, but to abandon themselves to subtle pleasures, to savour sophisticated recreation and adventure. Next to the need for personal exhibitionism, this entertainment also has to satisfy the craving for surprise fillips, the desire for psychophysical relaxation and total well-being. People are now more demanding in their request for pleasure, which is why discothèques are being transformed into specialized recreation workshops. Video screens and films are not enough to fill the empty pauses and to offset the dangerous drops in tension. Fanciful and eccentric interior furnishing and decoration at present seem to be becoming the focal points of Force and allurement in the new discos. Highly theatrical designs waft pleasure-seekers into a heady film-set atmosphere whilst ensuring a multiplicity of functions. You can dance,listen to music, watch films and videotapes, but you can meditate, too, indulge in your own thoughts or go off into solitary fantasies. A project for a model discothèque, as rare and ephemeral as an oneiric flash, was recently realised, for one brief evening, by a group of young artists, designers and musicians in Bologna. Their object was to create a few unrepeatable hours of total recreation inspired by a combined aesthetic idea: that of a hybrid and delightful union of art, decoration, design, music and drinks on the frivolous temporal pretext of pleasure.
The site chosen for the project, born as Frontiera party, was the Segreto Pubblico di Borgo Panigale, in itself a relegated place, in Bologna's industrial outskirts and located in the basement of a disused slaughterhouse and cattle market. Literally underground, the Segreto Pubblico was originally an electricity power unit and refrigerator cell, but is now used for entertainment purposes. Comprising two rooms in a state of neglect and "archaeological" ruin, it was entirely transfigured by the mural decorations of three artists, Ivo Bonacorsi, Francesco Ciancabilla and Gino Gianuizzi. These were all done with spray paints in the graffiti style. In a neo-primitive technological jungle, dinosaurs jostled with electric wires, gliders' wings in lava flows, and filiform snakes surfacing like sexual tentacles between the winding crevices of furnishings.
The shaped neon lights and the mobile bar were installed by a group of designers, the Neons, who also did the cocktails. The disco-psychedelic-funky music was composed by the Etereodattili, a band specializing in improvisation and intuitive turning into the biological rhythms of the public on the dance floor. Next to this place of wild dancing was the entrance to a temple of meditation: a most intriguing domes grotto, painted all over with fluorescent colours (Egyptian-style decorations, a city in flames, a wheel of fortune); a musical sound track exploited the natural acoustic reverberations of this cave. A refuge for relaxation, solitude, fantastic ecstasy.
Frontiera party at Segreto Pubblico, Bologna. Interior and lighting design by Ivo Bonacorsi, Francesco Ciancabilla, and Gino Gianuizzi. Photo by Alessandro Zanini. From the pages of Domus 638 / April 1983
Another disco, the Kinki, again in Bologna, has adopted a highly strangelike décor, this time a permanent one, by another young designer, Fabrizio Passarella, with the collaboration of Giovanni Marcotto. Made with props bought at Cinecittà that once belonged to the sets of Cleopatra and other epic films about Roman times, the premises are in a luxuriant Pompeiian mood, with half-columns, capitals and triclinia providing tables, chairs and couches, and two large plastic statues of Antinoo and Apollo standing over the dance floor. Surmounted by a sky-ceiling, the floor has taken on the iconographic conformation of a swimming-pool, for the ablutions of late-imperial baths.
Indeed, despite the deafening music, it is possible to hear the sound of crystalline water gushing from a fountain, again in Pompeiian style, incorporated in the dance floor. Erotic frescoes on the walls, and neon lights screened by surfaces in grooved synthetic resin marked by ornamental volutes, complete the estranging décor of this interior, catering as much to frenzy as to Olympian calm.
Frontiera party at Segreto Pubblico, Bologna. Interior and lighting design by Ivo Bonacorsi, Francesco Ciancabilla, and Gino Gianuizzi. Photo by Alessandro Zanini. From the pages of Domus 638 / April 1983
Enfarte, il pianeta dell'enfasi che si fa arte: l'enfasi dell'estasi, l'estasi del mettersi in mostra
L'enfatia è come una malattia, è l'enfasi dell'estasi, è l'estasi del mettersi in mostra. È mostrarsi allo scoperto con l'enfisema sotto pelle, il morbillo dell'infanzia enfiatica, il gonfiore tumefatto dell'enfasi di sé che preme dentro i tessuti cellulari e soffia per esplodere al di fuori. Gli enfatisti sono degli enfanomani, megalomani dell'enfasi e malati di elefantismo, del gigantismo di sé, con piedi grossi da elefante e il telefono innestato nel cervello per sintonizzarsi sulle onde telenfatiche, le onde della telepatia dell'enfasi. Gli enfatisti pensano coi bubboni della pelle (assorbono il pensiero attraverso i pori dilatati), ragionano coi piedi d'elefante (ragionano alla grande) e sentono con le antenne radar del loro ego gonfiato. Tra enfatisti ci si riconosce subito. L'enfatia si trasmette come la simpatia e segue i movimenti dell'enfastico, il fantastico entusiastico di sé, la meraviglia dell'orgoglio infantilista dell'esibizionismo. Gli enfatisti sono però anche degli opportunisti e degli specialisti di enfaclopedismo e di mimenfatismo: specialisti di ciclopismo enciclopedico che li fa monocchieggiare tra le voci della vita stilizzata classificata dalle enciclopedie (tutte le vite possibili!), e specialisti di mimetismo enfatico, il camuffamento della propria enfasi ed estasi. Così loro si infiltrano nelle soffiate dell'esserci, più che starci davvero, e si insufflano nelle bolle gassose della vanità che ruota per orbite enfallittiche, le ellissi mancanti degli anelli di collegamento col reale. Loro soffrono perciò di afasia e di enfatudine, il morbo del silenzio e della solitudine, e si sentono minacciati dall'incubo dell'enfaclissi: l'eclissi dell'enfasi e l'apocalissi dell'enfatismo.Si difendono allora progettando un quartomondo extraterrestre al riparo dalla minaccia enfatomica: il pianeta dell' Enfarte, il pianeta dell'enfasi che si fa arte.
Come quando perchè
Gli enfatisti sono un gruppo diviso in sottogruppi smembrati in indidualità egocentriche e esclusive. L'affinità nasce per simpatia, e la disciplina produce l'allergia. Il lavoro di tutti, però, è molto disciplinato e accuratamente progettato, e suona come sfida al dilettantismo di tanti artisti "professionisti". La professione degli enfatisti è quella di professarsi artisti "per natura", dal momento che loro, figli degli anni 58-60, sono nati per avventura già dentro alla cultura, la cultura naturalizzata e l'artificio addomesticato delle soglie del Duemila.
Gli enfatisti si sono esibiti due volte quest'anno a Bologna nella galleria Neon, una a gennaio per il mio compleanno, un'altra a marzo durante Arte Fiera. Ma si erano anche già presentati per la prima volta a Pescara, nella galleria di Cesare Manzo, l'anno scorso, durante le feste di Natale del 1981-82 in una mostra chiamata Ora, e che doveva essere l'esibizione di un attimo. Poi si erano spartiti i festeggiamenti in un party, chiamato Frontiera Party nell'aprile del 1982. Gli enfatisti amano le feste e amano le mostre, e si mettono sempre in mostra come ad una festa. Anch'io mi considero enfatista, perchè mi piace enfatizzare su di me, anche se la parola non è mia. La parola è nata assieme sulla bocca di tutti mentre tutti assieme bevevamo drinks moderatamente alcoolici e euforizzanti in un club di Bologna. L'enfatismo è una parodia dell'esistenzialismo, una stilizzazione dell'esistenza, un'enfasi maniacale della quotidianità più accesa.
Francesco
Ciancabilla, Senza
titolo
(autoritratto), 1983, vernice spray su tela.
da Flash Art nº115 pag. 26
Chi sono come sono cosa fanno
Francesco Ciancabilla fa pulsare in bianco e nero con tensione mozza fiato immagini di sé e immagini altruiste (altrui) rapinate tra gli amici e trofei di carne gonfiata, enfiatica, esibiti dalle riviste porno. Uominidonna, se stesso e altri da sé tesi allo spasimo in esplosioni fredde come il ghiaccio, trafitte da punte di icebergs. La violenza è soffice e patinata, come la violenza dello sguardo che accarezza ma non uccide, accarezza con avidità le immagini irragiungibili immaginate dalla fantasia dell'esistenza: l'esistenza truccata, l'esistenza fotografata, l'esistenza stilizzata dalla sua finzione spettacolare nel quotidiano.
[...]
Francesco Ciancabilla, Senza titolo, 1983, vernice spray su tela
in Flash Art nº 115 pag. 22